All’inizio è stata volontaria per il doposcuola, per aiutare i bambini nei compiti, Roberta Trezzani si è avvicinata a La Soglia dodici anni fa, in settembre “ma già a dicembre, dopo avere parlato in casa ed essere tutti d’accordo, avevamo con noi un bimbo in affido”.

Con la sua famiglia ha vissuto due esperienze di affido. “Il primo era molto piccolo, aveva sei mesi, ora ha dodici anni e ancora ci sentiamo e vediamo, la mamma ed io siamo diventate amiche. Il secondo era più grande, l’affido è terminato in un modo brusco. Ora faccio sempre parte dell’associazione”. Un gruppo di volontari si occupa di accompagnare e ritirare i bambini da scuola, quando le famiglie non possono farlo. Ogni volontario segue un gruppo di bimbi per tutto l’anno scolastico “così si crea una relazione di fiducia, si diventa un punto di riferimento. Il tempo trascorso in auto è l’occasione per ripetere una poesia, per provare una lezione, per sapere se c’è bisogno di materiale scolastico. In poche settimane la macchina si è popolata di matite colorate e fogli da disegno”.

(Dal giornale La Provincia, 31 dicembre 2019)

La testimonianza. Una mamma canturina e l’associazione “La Soglia”

“Tanti hanno bisogno di aiuto”

“Prendere una bambino in affido è stata, senza ombra di dubbio, l’esperienza più travolgente della mia vita”: sono parole di Manuela Moretti una mamma affidataria di Cantù, che si è avvicinata per la prima volta a questa realtà a “La Soglia”, associazione canturina a sostegno di famiglie in difficoltà.

Tutto è nato da un’esperienza di volontariato, come ci racconta la donna la cui identità, per ragioni di privacy dei minori di cui si occupa, non possiamo rivelare: “E’ iniziato tutto in maniera molto banale: avevo voglia di dedicare un po’ del mio tempo agli altri e, tra le tante opzioni di volontariato presenti sul nostro territorio, sono venuta a conoscenza de “La Soglia”, associazione che organizza un doposcuola nelle scuole elementari e medie di Cantù”.

La futura mamma affidataria ha iniziato così a seguire i bambini che venivano segnalati come bisognosi di un supporto nei compiti, fino a quando un incontro le ha cambiato la vita: “Ho lavorato per un anno con la stessa bambina e gradualmente sono arrivata alla consapevolezza di essere pronta per un impegno più grande, fino a quando mi hanno proposto di fare un affido residenziale, cioè con un bambino che vive in casa tua in pianta stabile. All’inizio – confessa – mi sono un po’ spaventata, con la consapevolezza che accogliere una persona in casa, inserirla nella tua famiglia, è ben diverso dal dedicarle qualche ora”.

Per arrivare a questa decisione, non è mancato il sostegno della famiglia: “In questo percorso graduale – racconta la donna -ho coinvolto mio marito, che è stato folgorato anche lui da questa creatura incredibile e ormai siamo una famiglia in tutto, anche se allargata e un bislacca: si parla spesso di due mamme, ed è così, c’è un abuso di genitori, di fratelli, di cugini, ma se si riesce a costruire un equilibrio è meraviglioso”.

Nella quotidianità, non mancano le fatiche di una mamma che , nel caso sia affidataria, deve saper gestire situazioni ancora più complesse che con i figli naturali: “Ho un figlio mio, oltre alla bambina in affido e ogni giorno vivo questa diversità: dal punto di vista pratico esiste una quotidianità più complessa e, se banalmente devo portare uno dei miei figli a fare una visita medica, o una radiografia, so che per uno dei due darà più complicato, ed è lì che mi accorgo che ci sono differenze nette tra quello che per la legge è tuo figlio e quello che è figlio di qualcun altro”.

Ma le difficoltà hanno solo rafforzato il desiderio di accoglienza di questa donna che desidera che l’affido venga conosciuto di più, e che altri seguano il suo esempio: “L’affido andrebbe diffuso, se ne dovrebbe parlare molto di più, ci sono molti bambini che vivono in realtà di violenza e hanno bisogno di aiuto”, afferma la donna. Non si tratta di una qualche realtà lontana, ma di persone che vivono a pochi chilometri o metri, da casa sua: “Sto parlando di bambini di Cantù, è questo l’aspetto sconvolgente, dato che il nostro è un territorio ricco e con tanto volontariato, con tanta gente che aiuta, ma allo stesso tempo c’è una realtà molto dura per tanti bambini”

(Dal giornale La Provincia, inserto Diogene 15 gennaio 2019)

«II diritto allo studio di bambini e ragazzi a volte rischia di rimanere un bel concetto solo sulla carta: dipende dalla dispo­nibilità e dalla preparazione de­gli insegnanti. Ma una grossa mano la danno i volontari». Co­me nel caso di Gualtiero Sosio, una delle persone che da anni si impegnano con il servizio di do­poscuola dell’associazione La Soglia di Cantù per i bambini delle scuole primaria e seconda­ria. Si tratta di alunni segnalati tramite il comune o dagli inse­gnanti e che non hanno nessun aiuto in famiglia e presentano difficoltà Ogni anno sono circa 150 i ragazzini supportati da vo­lontari adulti e da giovani delle scuole superiori impegnati nel­l’alternanza scuola lavoro. «Il problema è quello della di­spersione scolastica, raccontano Anna e Margherita Borghi – due fondatrici del sodalizio e la presidente Marina Borghi – Da 25 anni cerchiamo di aiutarli nei compiti e nel raggiungimento di una certa autonomia, affiancan­doci agli insegnanti e non sosti­tuendoci alle famiglie».

A volte il rapporto che si in­staura è talmente stretto e coin­volgente da lasciare un segno profondo. È stato così per Sosio, maestro elementare in pensio­ne, che per oltre un anno ha sup­portato nello studio un quindicenne di Santo Domingo arriva­to in Italia perché chiamato dal­la madre. «La situazione non è stata per niente facile», ha rac­contato Sosio. Il f agazzino aveva la licenza elementare ed era ap­pena stato bocciato in prima media Era demoralizzato, ave­va molte lacune e qualche pro­blema comportamentale. Un giorno sì e uno no era dal preside. Inoltre viveva conflitti fami­liari con la madre e provava una forte nostalgia per la famiglia del paese d’origine.

«Aveva tantissima voglia di fare, ma molti problemi familia­ri. Lo abbiamo seguito per tutta una estate, poi anche l’anno suc­cessivo in classe. Alla fine è riu­scito a ottenere la licenza media con un sette. La sua è stata una storia, unica, anomala, ma che ci ha dato tanta soddisfazione. Purtroppo da questa vicenda abbiamo capito che tante volte la scuola davanti a situazioni di difficoltà non è preparata. Ci vuole una grande capacità di leg­gere le situazioni, di stabilire un rapporto, un legame». Ed è a questo punto che entrano in scena i volontari e associazioni come La Soglia, attenti a tirare fuori il meglio dei ragazzini, non solo in campo scolastico.

dal giornale La Provincia 19/11/2019